martedì 9 giugno 2026

L'Amaca

 


La nuova età dell'oro

di Michele Serra


Nel misterioso mondo neo-primitivo nel quale ci siamo oramai inoltrati, con capi di Stato che sembrano capitribù, la guerra come prassi quotidiana di risoluzione (anzi, di non risoluzione) dei conflitti, le religioni impugnate come armi e le armi come unica religione condivisa, le istituzioni transnazionali ridotte a scatole vuote, può anche capitare che un singolo individuo molto ricco si improvvisi mediatore tra due Stati belligeranti (Russia e Ucraina) senza averne alcun titolo, né istituzionale né ufficioso.

È per il fatto di essere «uno degli uomini più ricchi del mondo» che Roman Abramovich cerca di mediare tra Zelensky e Putin. E se la ricchezza è una circostanza che, sia chiaro, non impedisce ad alcuno di avere le migliori virtù (possibile che Abramovich sia la più ispirata e saggia delle persone), sta di fatto che è diventata una forma di carisma, e anche di carisma politico, decisamente discriminante. Fosse un elettricista, una cuoca, un insegnante o una dottoressa, a fare la spola tra Mosca e Kiev, ne saremmo tutti sbalorditi. Ci parrebbe di entrare in una favola — la favola della democrazia — nella quale la facoltà di incidere nella realtà delle cose è alla portata di tutti.

Invece è un oligarca, è uno straricco l'aspirante mediatore di pace: e ci pare del tutto naturale, quasi fisiologico, il suo sovrapporre al potere della ricchezza il potere tout court. Sono ricchissimo, dunque posso trattare da pari a pari con i capi di Stato. In attesa di una sapiente riorganizzazione dei non ricchi (chissà mai che possano dire la loro, e addirittura contare qualcosa), mettiamoci comodi e godiamoci lo spettacolo di questa nuova Età dell'Oro. L'acciaio delle armi e l'oro delle monete, come nelle saghe arcaiche.

Eroico

 

“Mi dimetto: Giuli ha reso gli Uffizi il cortile di Meloni” 


di Tomaso Montanari 

Alessandro Giuli vorrebbe essere ricordato come un libero intellettuale casualmente approdato alla carica di ministro della Cultura, e in quell’alto seggio eroicamente impegnato a difendere la libertà sua e della cultura medesima. Purtroppo (per lui, ma soprattutto per noi) ognuna di queste speranze è destinata a naufragare miseramente.

Il grottesco servilismo dell’Accademia dei Lincei (o d’Italia?), che ne ha presentato in pompa magna un risibile libercolo stampato a spese del contribuente, non basta certo a camuffare la tragicomica inadeguatezza da semicolto, che deflagra ogni volta che prenda la parola; per non dire di quando venga ritratto mentre rende omaggio a eroi coloniali, travestito da nazista dell’Illinois. Ma, soprattutto, Giuli è libero e indipendente da Giorgia Meloni quanto un’ombra è libera dal corpo che la getta. L’ultima dimostrazione di tanta coraggiosa autonomia è l’incredibile decreto (datato al 25 maggio scorso) col quale il ministro ha rinnovato il Consiglio d’amministrazione della Galleria degli Uffizi. Brilla, tra tutti, il nome di Carlo Deodato: nientemeno che il segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ecco che, con questo solo nome, gli Uffizi diventano una succursale di Palazzo Chigi: attraverso un filo direttissimo che sottopone il massimo museo italiano al controllo personale del capo del governo. Quale autonomia avrà il direttore del Museo con una simile figura nel suo Cda? Non che il direttore attuale smani per essere, e apparire, indipendente dai padroni del Paese: come certifica la sua imbarazzante partecipazione, giusto un anno fa, alla memorabile manifestazione di Fratelli d’Italia “Spazio cultura”, dove egli prese la parola tra Mollicone, Donzelli, Arianna Meloni, e sotto l’alta coordinazione culturale di Mario Sechi: toccando così il punto più basso in un’apparizione pubblica di un direttore degli Uffizi. Almeno finora.

Accanto all’emissario di Chigi si allineano altri due nomi assai parlanti. Quello del professor Alessandro Campi, ordinario di Storia delle dottrine politiche a Perugia, a lungo organico alla destra (già direttore della fondazione di Gianfranco Fini) e tuttora sensibile al revisionismo storiografico e al rilancio di valori nazionalistici. E poi quello di Stefano Mugnai, già deputato di Forza Italia, candidato trombato della destra alla presidenza della Regione Toscana e oggi dipendente del Comune di Firenze. Del resto, lo stesso Deodato ha le carte in regola sul piano ideologico: già braccio destro di Renato Brunetta, “fece parlare di sé nel 2015, quando fu relatore della sentenza del Consiglio di Stato contro le nozze gay, e si scoprirono i suoi tweet contro i diritti delle persone lgbt” (così il Fatto). Cosa abbiano a che fare costoro con il governo dei musei, cosa sappiano degli Uffizi è un mistero: anzi, è tragicamente chiaro. Ed ecco allora il “colpo di genio” del callido Giuli: che va a New York a vedere la mostra su Raffaello e decide di nominarne nel Cda degli Uffizi la curatrice che lì lo aveva guidato (“come spiegava bene, signora mia…”). A mo’ di foglia di fico: a colmare, cioè, due vuoti, quello di una donna, e quello di qualcuno che abbia qualcosa a che fare con la storia dell’arte. Peccato che Carmen Bambach non sia solo un’autorevole collega storica dell’arte, ma sia anche conservatrice in un grande museo straniero (appunto il Metropolitan di New York) strutturalmente interessato al prestito di opere delle Gallerie degli Uffizi: il che comporta un evidente, quanto altamente inopportuno, conflitto di interessi permanente.

Tutto questo disastro certifica due cose. La prima è che questi famosi patrioti fanno solo danni alla Patria. E che, straparlando di nazione dalla mattina alla sera, poi prendono il patrimonio storico e artistico della nazione e lo affidano alla loro fazione: e non cambia solo una consonante. La seconda è che avevamo ragione quando, in non molti, scrivevamo che la riforma Franceschini avrebbe messo i musei nelle mani della politica, e che si trattava di fatto di una pistola puntata alle tempie del patrimonio culturale, e di una pistola che la destra avrebbe usato. Ecco, dunque, lo sparo: uno dei tanti di questo osceno governo. Postilla personale: ieri sera ho rassegnato le dimissioni dal comitato scientifico degli Uffizi, nel quale ero stato designato dal Consiglio Superiore dei Beni culturali nel 2021. Rimanere lì dentro, a dare consigli a un museo governato così, significherebbe essere complici. E almeno questo no: non in mio nome.

A 'ido sta la verità?

 

Sola contro tutti 


di Marco Travaglio 

C’è una donna, in Uruguay, che ha bisogno di aiuto. E lo chiede, lo grida per tre mesi. È Graciela Mabel De Los Santos Torres, 51 anni, massaggiatrice disoccupata. Dice di aver subìto molestie sessuali da Giuseppe Cipriani nel suo ranch “Gin Tonic” a Punta del Este, di aver visto festini per vip con ragazze anche molto giovani, selezionate da Nicole Minetti e portate lì dai bordelli locali e dall’estero. Lo dice come fonte coperta a un giornalista tv uruguayano, ben prima che il 18 febbraio in Italia il presidente Mattarella dia la grazia alla Minetti. Il servizio va in onda il 20: mancano due mesi al 21 aprile, quando la notizia esce sul Fatto e diventa un caso politico. Poi Graciela ripete tutto e rincara la dose in un’ora e mezza di telefonate, 766 messaggi in chat e decine di foto scambiati con il nostro Thomas MacKinson, che la contatta appena sa della grazia e tiene i contatti con lei per tre settimane, dal 22 aprile all’11 maggio. Graciela gli apre il suo cuore perché non sa più dove aggrapparsi. Non si fida delle autorità locali, siano esse magistratura o polizia. Inutile denunciare: dice di aver visto troppi Vip in quei festini e troppi poliziotti che arrotondano come guardie private al Gin Tonic. Ha pure un ex-marito agente. E sa che nel suo Paese la vita umana vale meno di due spiccioli.

Ma l’Italia è un’altra cosa: legge che il presidente della Repubblica e la magistratura di Milano vogliono la verità e le si accende una speranza. Ai giudici italiani dirà tutto quello che sa, e solo a loro, purché la proteggano. Lo dice al Fatto, in forma anonima poi col suo nome nell’intervista dell’11 maggio. Poi si arrabbia con Thomas perché, dopo averlo autorizzato a fare il suo nome, ha cambiato idea, sempre per paura, ma gliel’ha detto troppo tardi, quando il giornale era già in stampa. Ma lo stesso giorno, alle 16.26, l’Ansa batte la notizia: “La Procura generale di Milano valuta interrogatori all’estero sul caso Minetti”. È ciò che Graciela sperava: sarà finalmente sentita in Italia. Infatti rifiuta la protezione della polizia, di cui diffida. E parla subito con Francesco Battistini, l’inviato del Corriere, che il 12 maggio pubblica l’intervista: “Là dentro ho visto di tutto. Ho paura e vivo nascosta. Ma sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”, anche se ancora “nessun investigatore italiano mi ha contattato”. Decide di esporsi ancora, di non perdere la speranza. Infatti il giorno 13 appare di persona, con la sua voce e il volto schermato, nel programma televisivo Sin piedad. Ritratta? Nemmeno per sogno. Ha paura, questo sì, ma conferma molte cose dette al Fatto e al Corriere, mentre le altre non le smentisce: le riferirà “solo alla magistratura italiana quando mi convocherà”.

Ma il 14 maggio, sempre via Ansa, arriva la doccia fredda dal Pg: “Non serve sentire la testimone su Minetti. Non c’è riscontro alle sue parole”. Sin piedad. Per Graciela è la fine: non può più fidarsi neppure del suo ultimo appiglio, i magistrati milanesi. Il terrore tracima. Sui siti di gran parte della stampa italiana c’è spazio solo per le tesi di Minetti e Cipriani, che minacciano cause stratosferiche, mentre lei passa per una che s’è inventata tutto: bugiarda, visionaria, o peggio. Tutti interessati a sentire chi la smentisce (gli amici di Minetti e Cipriani), nessuno ad ascoltare Graciela. La partita è ìmpari: da una parte lei, che non ha i soldi per rinnovare il passaporto o pagarsi il volo per l’Italia; dall’altra un imprenditore miliardario con amici influenti, legami con Epstein e Weinstein, società e sedi in mezzo mondo, che in Uruguay conosce tutti e tutto e investe in alberghi e palazzi.
Il 15 maggio Graciela scompare da casa e stacca il cellulare. Ricompare il 29 nello studio di un notaio, accompagnata da un avvocato, per firmare una dichiarazione giurata in cui, con l’aria di ritrattare tutto, ritratta poco o nulla: conferma la “molestia” precisando di averla subita “sul lavoro” ed esclude che la Minetti “cercasse o reclutasse o assumesse o inducesse o invitasse prostitute” al “Gin Tonic” (ma questo non l’aveva detto neppure nelle interviste, dove invece raccontava che la Minetti le sceglieva all’arrivo, le vestiva e le truccava dopo che altri le avevano ingaggiate). Restano in piedi tutti i suoi racconti sui festini di sesso e droga nei due programmi tv e sui due quotidiani italiani e i suoi colloqui con i quattro giornalisti da febbraio a maggio, sempre lineari e coerenti, confermati da due ex colleghe che la lodavano per il “coraggio” e da tre autisti che portavano le prostitute al “Gin Tonic” e l’hanno raccontato al Fatto (ma senza nomi: “Non voglio finire bruciato o in un fosso…”). Nessun “travisamento” e nessuna smentita sul nocciolo della questione: le feste con prostitute in casa di chi ha avuto la grazia perché avrebbe “cambiato vita”. Nella foga di dar torto al Fatto (il Corriere è già dimenticato), tutti hanno commentato la “ritrattazione” prima di leggerla. Perché era ciò che tutti si aspettavano da Graciela. Così la faccia di Minetti e Cipriani, e dunque dei Pg, di Nordio e di Mattarella era salva. Quella di Graciela un po’ meno, anche se ora che pareva rimangiarsi tutto diventava attendibilissima. Però non l’ha fatto. Si è tenuta in equilibrio, per non doversi guardare le spalle per tutto il resto dei suoi giorni. Ma, anche nella dichiarazione giurata, ha avuto molto più coraggio delle nostre istituzioni. A noi resta il rammarico di averla illusa che in Italia si cercasse la verità. Se fosse stata un’italiana, a denunciare molestie e festini di sesso e droga, schiere di politici, giornalisti e femministe strillerebbero che “la donna ha sempre ragione” a prescindere. Invece Graciela, massaggiatrice disoccupata uruguayana, aveva torto a prescindere. E non ha potuto neppure guardare negli occhi un magistrato. Forse perché il magistrato avrebbe faticato parecchio a reggere il suo sguardo.

lunedì 8 giugno 2026

Riccardo Ricciardi

 

MINETTI, IL GIORNALISMO E LA QUESTIONE DI CLASSE

Leggo noti commentatori che quando le procure si pronunciano a favore di gente potente, diventano improvvisamente sostenitori delle toghe.

Leggo che quando si parla di gente potente, si scopre la pietas che si deve a un essere umano, si chiami Minetti o Alemanno.

Quando però urlano i poveracci, si può buttare la chiave.

Leggo scendiletto di professione, stipendiati anche grazie ai contributi pubblici che ricevono i loro giornali letti solo dai politici nelle sale stampa dei palazzi, che vogliono dare lezioni di deontologia professionale a chi fa il giornalista per davvero, a chi non guarda in faccia a nessuno e che fa inchieste senza guardare al portafoglio, all’appartenenza politica o alla provenienza di chicchessia.

Solidarietà e sostegno a Il Fatto Quotidiano per l’incessante lavoro che fa, al servizio di tutti noi.

Solidarietà a tutte le madri, i padri e gli esseri umani che vivono in condizioni devastanti, che rinunciano a curarsi e a curare i loro figli, ma la cui vita non entrerà mai nel cono di luce di chi potrà ricevere una grazia.

Prospettive

 


 
Consiglierei allo svizzero organizzatore di diventare Wedding planner! Chissà che stupendi matrimoni farebbe! Con tagliole nella torta, giaguari nel bagno e Stevie Wonder come autista degli sposi!

Coltivare senza esagerare

 


Forse è bello così, forse le letterine a Giulietta, molto somiglianti a quelle per Babbo Natale, sono un impulso a coltivare la fantasia, il sogno. Gardaland e Giulietta Capuleti sono salubri finzioni, unica eccezione è che una volta entrato nella casa veronese, pagato il biglietto, trovi un cartello messo lì quasi con noncuranza che t’informa che quello che stai visitando è finzione, che il balcone che stressa cellulari di giapponesi e non, è stato costruito nel 1935, che la statua abbracciata da centinaia di persone al giorno è di una ragazza mai esistita, che il letto matrimoniale che attizza  cuori è quello fatto costruire da Franco Zeffirelli per il film sui due. Ma va bene cosi, i sogni coltivati abbattono le paure, le fobie dei tempi. Quell’indicazione per strada “Tomba di Giulietta” invece, quasi quasi fa masticare amaro, vista l’esagerazione tendente a materializzare fiction solo  per business. Non è mai salutare raffreddare cuori, togliere speranze ed emozioni. Purché non si esageri.

Lo show al posto del pallone

 

Pubblicità, costi folli, troppe partite: come il calcio si fece intrattenimento. Lo show dei mondiali americani 


di Lorenzo Vendemiale 

Si potrebbe coniare un felice neologismo, in onore del Paese ospitante, per descrivere i Mondiali 2026, che si giocheranno negli Stati Uniti (con una manciata di partite pure in Canada e Messico) dall’11 giugno al 19 luglio: “Soccertainment”, parola macedonia che fonde i termini soccer, con cui gli americani si riferiscono al gioco del pallone, ed entertainment, “intrattenimento”. Perché questa – più che di Francia, Spagna e Argentina, le grandi favorite al titolo, Yamal e Mbappé, Cristiano Ronaldo e Messi, le stelle più attese – sarà l’edizione in cui il calcio si trasformerà, forse in maniera definitiva, da sport in spettacolo. Un po’ per compiacere i padroni di casa, che hanno sempre avuto una concezione particolare della competizione sportiva. E un po’, anzi soprattutto, per assecondare il gigantismo della Fifa di Gianni Infantino, grande capo del calcio mondiale, se ancora così possiamo chiamarlo.

Tutto ciò che caratterizzerà questa 23esima edizione rispetto al passato, è stato voluto, studiato e attuato per accentuarne la dimensione performativa e commerciale, anche a scapito dello spirito del gioco. Prendiamo l’elemento centrale di un torneo, il numero delle partecipanti. In America noi mancheremo, e guai a prendersela con le inique qualificazioni. Però ci saranno Haiti, Uzbekistan, Giordania, un quarto delle nazionali totali del pianeta, grazie alla nuova formula a 48 squadre, mai così tante nella storia. Gli effetti tecnici li vedremo sul campo: assisteremo a tante gare squilibrate (partite come Argentina-Curacao rischiano di essere una mattanza), rendendo quasi inutile la prima fase, con gironi poco competitivi in cui vengono pure ripescate le migliori terze (72 match per eliminare soltanto 16 squadre). C’è il rischio concreto di aver peggiorato la qualità del torneo. In compenso, sappiamo già quali sono stati gli effetti economici.

I Mondiali 2026 saranno l’evento sportivo più redditizio di sempre: si parla di circa 9 miliardi di dollari di fatturato, che diventano 13 nell’intero ciclo 2023-2026. Un enorme flusso di denaro che in parte serve all’organizzazione dello stesso evento, viene reinvestito sul movimento e distribuito tra le partecipanti (montepremi record da 870 milioni), comunque finisce per alimentare il carrozzone Fifa, che al contrario della Uefa (Europei più Champions), si regge interamente sui Mondiali. Soltanto i diritti tv frutteranno 4 miliardi: questo perché, aumentando le partecipanti, le partite sono passate da 64 a 104, quindi la Fifa ha molti più contenuti da vendere alle emittenti. E su molti più mercati. Stesso discorso per il botteghino, la voce più cresciuta in assoluto (+300% rispetto a Qatar 2022), per un totale di circa 3 miliardi di incasso: anche qui, merito del numero maggiore di gare e della forte domanda nel mercato nordamericano, che ha spinto alle stelle i biglietti. I fortunati che potranno permetterseli non andranno a vedere soltanto una partita.

Ai Mondiali 2026 ci sarà una novità storica: per la prima volta verranno introdotte due mini pause di 3 minuti, al 22° di ciascun tempo, oltre all’intervallo. Le hanno spacciate come hydration breaks per far fronte alle alte temperature: per assecondare i palinsesti tv europei si giocherà a mezzogiorno in piena estate. Il precedente dei Mondiali ’94 con la finale nel caldo torrido di Pasadena ce lo ricordiamo bene. Nessuno prima di Infantino aveva osato tanto. In quelle pause, i broadcaster saranno autorizzati a trasmettere spot, dopo 20 secondi dal fischio dell’arbitro e fino a 30 secondi prima della ripresa. Sono state così create 208 nuove finestre pubblicitarie da 2 minuti e 10 secondi ciascuna, che potranno essere vendute a peso d’oro dalle tv (che quindi hanno pagato di più i diritti alla Fifa). Proprio grazie a queste, ad esempio, la Rai conta di compensare la mancata qualificazione dell’Italia – altrimenti sarebbe stato un salasso – e raggiungere una raccolta record da 70 milioni.

Addirittura nel corso della finale del 19 luglio al MetLife Stadium, New Jersey, per la prima volta ci sarà un halftime show: un vero e proprio spettacolo a fine primo tempo, sul modello del Super Bowl del football americano, con ospiti Madonna e Shakira e la direzione artistica curata da Chris Martin dei Coldplay. Tutto ciò mal si concilia con l’intervallo da 15 minuti previsto nel pallone. Comunicazioni ufficiali non ce ne sono state, ma pare che la pausa potrebbe dilatarsi fin quasi a mezzora, creando problemi ai calciatori, spezzando il filo narrativo del match più importante del pianeta.

Va da sé che i Mondiali 2026, oltre che i più redditizi, saranno anche i più cari di sempre per chi vorrà vederli. La polemica sui biglietti, come detto, è esplosa da mesi, è stata persino interpellata la Commissione europea, che può farci nulla. Il sistema dei prezzi dinamici adottato negli Usa ha fatto sì che un ticket per la finale costi in media tra i 4 e i 7 mila dollari, mentre gli ingressi popolari a 60 dollari per la fase a gironi praticamente non si sono mai visti. Se ci aggiungiamo le tariffe degli hotel americani, e soprattutto di parcheggi e trasporti pubblici – che spesso nelle grandi manifestazioni sportive vengono concessi gratuitamente ai fan, mentre negli Usa hanno subito delle impennate da parte delle amministrazioni locali – si capisce che il Mondiale 2026 non sarà un evento a misura di tifoso.

Del resto, non è per loro che è pensato. Se il calcio si trasforma in show, parallelamente il tifoso diventa consumatore, meglio se facoltoso: è la trasformazione socioculturale verso cui da tempo si muove il pallone per far fronte alla saturazione dei mercati tradizionali, e che a Usa 2026 toccherà il suo apice. Quindi ora mettetevi comodi e aprite il portafoglio: iniziano i Mondiali.