domenica 24 maggio 2026

L'Amaca

 


Arrivano i marziani

di Michele Serra


La balordaggine dell'"operazione Ufo" intrapresa dal ministro della Guerra americano, Pete Hegseth, per la serie "il popolo deve sapere", è certificata dalla musica tambureggiante e melodrammatica che accompagna le esili tracce visive rese pubbliche. Potrebbero essere prodotte da un'astronave del pianeta Gnork piena di umanoidi con il naso a trombetta così come da un calabrone, da un aggeggio sperimentale di qualche centro di ricerche militare o civile, da un riverbero luminoso, da una foglia al vento, da una caccola rimasta appiccicata sull'obiettivo che riprende l'immagine.

Prepariamoci comunque a un'orgia di commenti emozionati, a un vero e proprio rinascimento ufologico: di tutte le dietrologie e i "non ce lo vogliono dire", quella sugli Ufo è di gran lunga quella più a buon mercato, buona per grandi e piccini, per l'ingenuo credulone come per lo scafato complottista.

La scienza dice che c'è una forte probabilità che, in qualche galassia, possano essersi create le condizioni adatte ad altre forme di vita, alcune con il naso a trombetta, altre no. Ma ci sono zero rilievi scientifici a proposito di presenze aliene sulla Terra, e la distanza incolmabile tra i corpi celesti tende a escludere che gli anni luce possano essere percorsi, da casello a casello, da dischi volanti o razzi intergalattici.

Ma esiste una voglia irresistibile che queste presenze invece ci siano, minacciose se si è paranoici, salvifiche se si è religiosamente convinti che la salvezza arrivi dal cielo. L'alieno sadico di Mars Attacks! (capolavoro) e l'alieno amichevole di E.T. (capolavoro) sono grandi pezzi di cinema, ma Hollywood non basta: grazie al web e alla tecnologia, ormai ognuno è regista del suo film. E vede quello che vuole vedere, crede in quello che vuole credere.

Commemorazione

 




Paragoni comici

 

Carletto Falcone. 


di Marco Travaglio 

Rompendo la monotonia delle commemorazioni di Capaci, Carlo Nordio è salito sul piedistallo delle vittime e si è paragonato a Falcone. Tipo i mitomani che ai matrimoni vorrebbero essere la sposa e ai funerali il morto. Testuale: “Io mi sento magistrato prima ancora che ministro, quindi questa giornata per me è particolarmente emozionante. Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando indagavo sulle Brigate Rosse e lui sulla mafia”. Ecco: lui prima e Falcone dopo. Il fatto che, oltre a rischiare la vita, Falcone l’abbia anche persa, mentre l’unico pericolo che corre Nordio è una cirrosi epatica da spritz, è un dettaglio. I cerimonieri prendano buona nota affinché dall’anno prossimo ogni lapide, targa, cippo e monumento commemorativo ricordi non solo Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, ma anche Nordio. La Storia, malgrado le vili censure che da oltre 40 anni oscurano il suo ruolo decisivo nella lotta al terrorismo politico e mafioso, parla chiaro. Più che dalla coppia oleografica Falcone-Borsellino, i piani alti del crimine hanno sempre saputo che il pericolo pubblico numero 1 o al massimo 2 non era a Palermo, ma a Venezia. E furono sempre ossessionati dal duo Falcone-Nordio. Giovanni non muoveva un passo senza consultarsi con Carletto, allievo prediletto e poi maestro e spirito guida. Nel 1989 il vero bersaglio del fallito attentato all’Addaura non era né Falcone né i colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, ma Nordio, atteso sulla scogliera per l’apericena. E nel 1992, dovendo scegliere quale pm colpire per primo, Riina e gli altri boss restarono a lungo incerti tra Falcone e Nordio. Poi optarono per il primo, ma subito si pentirono di aver trascurato l’implacabile castigamatti lagunare, terrore di ogni cosca e brigata. Una grave sottovalutazione che pagarono cara e salata.

Scampato per miracolo alla strategia stragista, Nordio infilò un’indagine più clamorosa dell’altra (ora non ce ne sovvengono, ma solo per l’odiosa censura che lo perseguita) e infine, raggiunta la meritata pensione, coronò la trionfale carriera col ministero della Giustizia. E, per i criminali d’alto bordo, furono dolori: nel solco dell’amico Giovanni, Carletto depenalizzò l’abuso d’ufficio, imbavagliò stampa e toghe, e soprattutto limitò le intercettazioni (non più di 45 giorni, anche per cercare boss latitanti da 45 anni). Celebre la frase: “I veri mafiosi non parlano al telefono per paura delle intercettazioni e del trojan”. Poche ore dopo fu arrestato Messina Denaro grazie alle intercettazioni e al trojan e qualcuno osò canzonare il ministro per l’incauta affermazione. Ma era la classica finta del fuoriclasse per disorientare l’avversario.

Titoli lontani

 

Fjord, Minotaur, La Bola Negra, Fatherland, All of a Sudden, Coward: sono i titoli dei film premiati al Festival di Cannes conclusosi ieri, con la vittoria di Fjord del regista romeno Cristian Mungiu.

Perché scrivo questo? Quanti di noi vedranno questi film? Opere sicuramente valide ma di nicchia. E cos'è la nicchia? Ragionando da ignorante, oserei dire che la nicchia alimenta ambienti snob, club esclusivi dove il pensiero scorre veloce ma dentro pareti. Per affrontare film di questo genere occorre preparazione, lettura, conoscenza della storia, biografia del regista, collocazione filosofica. Quanti sono pronti e in grado di farlo?

Partendo da un dato raggelante — che il 35% degli italiani è analfabeta funzionale — il cinema d'autore cosa cerca di fare per ridurre questo squallido numero?

C'è insomma la sensazione che le linee parallele non si incontreranno mai, come da regola geometrica: la nicchia continuerà sfavillante a nutrirsi di sé stessa, autostimandosi, celebrando e sminuzzando filosofie allo scopo di certificare la propria esistenza.

Manca la discesa, l'agevolazione verso substrati in sofferenza — vedasi il mondo giovanile. Non è fattibile, oggi, presentare un progetto che, facendo sedere davanti a uno schermo blocchi di marmo intonsi, ne liberi dopo la proiezione statue michelangiolesche: coscienze pronte ad affrontare soprusi e corteggiamenti capitalistici di ogni risma, pronte a combattere la malevola e occulta volontà di tenere sempre più rimbambiti al desco — ondivaghe figure dormienti pronte ad affollare store per ninnoli insignificanti.

Il cinema d'élite ha una grande responsabilità che pare non aver voglia di affrontare: risvegliare coscienze, innescare l'io dei tanti, troppi, dormienti. Scendere dal piedistallo, farsi compagno di viaggio di molti, offuscherebbe la nicchia e le verticali di Krug — l'essenza, per molti, dell'essere su questo pianeta.

sabato 23 maggio 2026

Finale di sfottò!

 




L'Amaca

 


Il burattino senza fili

DI MICHELE SERRA

L'uomo che inciampa è un classico del meccanismo comico. Se poi l'uomo che inciampa è ricco e potente, e cade a faccia in giù in una pozzanghera, la risata si libera di ogni senso di colpa. Non fa ridere allo stesso modo la caduta del disgraziato, che la retta via non sa davvero come mantenerla.

La caduta del robot è una variante inedita. Se avete visto il video dell'umanoide made in China che mentre imita Michael Jackson stramazza su un gradino, e non si rialza più, da danzatore a fantoccio, da vivo a morto in un istante: beh, la classica risata dura appena un attimo e lascia subito il posto a una specie di solidale sgomento. Fa pensare, quel guitto disarticolato, incapace di risollevarsi, al servo schiantato dal lavoro. All'animale da circo costretto all'esibizione innaturale. Alla vittima di un azzardo non imputabile a lui.

L'uomo robusto (il suo inventore?) che dopo un istante si avvicina, lo osserva, lo solleva e con calma se lo porta via, senza l'affanno del soccorso, senza la pena per il ferito, appare immediatamente come il solo artefice della scena. È lui, non il robot, l'emulatore fallito di Michael Jackson. È lui che ha esposto allo sghignazzo del pubblico quei chili di metallo e chip addestrati a fingersi una popstar — chissà perché, poi: per quale utile bisogno umano?

Non diremo mai abbastanza che non è la tecnologia, a farci paura, è l'uomo che la adopera, che se ne serve per gli scopi più disparati: scienza e avidità, medicina e guerra, cura e sterminio, soccorso e controllo sociale. Nessuno ha paura del burattino, tutti del burattinaio. Molti anni fa in Francia prese piede un movimento, mezzo dadaista, per la liberazione dei nani da giardino. È ora di fondare un movimento per la liberazione dei robot in cattive mani.

Ricordo Slow

 


Il rivoluzionario che ci ha insegnato l'umanità del pane

DI MICHELE SERRA

Era un rivoluzionario, anche se già qualcuno lo commemora come un tradizionalista. Era un uomo del popolo, e rischia di essere ricordato come il profeta di una élite gaudente. È stato una mente politica e un organizzatore sociale molto ammirato all'estero, piuttosto misconosciuto in patria. Era un internazionalista di sinistra, un globalista visionario, ma se ne parlava prevalentemente come cultore del local, del piccolo luogo, delle singole culture indigene.

Carlo Petrini non ha avuto alcuna colpa di questi equivoci. La sua sfida era (ed è) ardua e coraggiosa, non è stata una pagina facile da scrivere, nemmeno da leggere. Sfida culturale: impedire che la massificazione cancellasse le identità, le storie, le culture, le sapienze, le esperienze, la memoria (in una parola: l'umanità del cibo e l'umanità in generale). Che omologasse i sapori, sterilizzasse il rapporto tra uomo e natura, approfondisse la cesura, drammatica, tra la società urbanizzata e la terra madre. L'uomo senza i piedi e le mani nella terra doveva sembrargli amputato.

La sua sfida politica era che i produttori, i contadini, gli allevatori, i pescatori (a tutt'oggi: circa un terzo del genere umano) fossero il motore, e non un ingranaggio, i protagonisti, non le vittime, della filiera del cibo, sfidando il paradigma secondo il quale solo l'agroindustria, solo il latifondo biotecnologico potessero sfamare l'umanità. Non voleva che l'industria chimica e i fondi di investimento fossero i padroni definitivi del cibo mondiale, proprietari dei brevetti delle specie (poche) e progettisti esclusivi di un paesaggio agricolo ridotto a distese interminabili della stessa soia, dello stesso mais. La cancellazione della biodiversità come razionalizzazione capitalistica della produzione agricola: è un progresso o un regresso?

Vedeva nella cancellazione dell'agricoltura di autoconsumo nei paesi poveri un colpo inferto dal capitalismo aggressivo alla dignità contadina; nelle masse proletarizzate e affamate che migravano verso le megalopoli, perdendo terra, autonomia, identità, libertà, vedeva il segno di un arretramento secco della condizione umana. Certo non un segno del progresso.

Ha guidato la nascita di migliaia di orti in Africa, messo in rete comunità contadine di tutto il pianeta, convocato a Torino, per Terra Madre, gruppi entusiasti di coltivatori che arrivavano, a migliaia, da ogni angolo della Terra, dalla tundra all'Equatore, dalle Ande al Giappone, per scambiarsi esperienze, conoscersi meglio, valutare problemi insospettabilmente simili, e finalmente messi in comune.

Ha rivoluzionato, con Slow Food e la sua capillare presenza territoriale, buona parte della ristorazione italiana, segnalando con la chiocciolina il buono, la cura degli ingredienti del territorio, il giusto prezzo, e insegnando a diffidare del generico, del turistico, dell'improvvisato, del pacchiano. Ha mandato in orbita le sue Langhe, che soprattutto grazie a lui hanno preso coscienza del loro altissimo valore enologico. Ha creato, a Pollenzo, una Università delle Scienze Gastronomiche che è avanguardia mondiale, con studenti di ogni paese che imparano, nel cibo, a leggere economia, biochimica, agraria, sociologia, politica. È a Pollenzo che oggi e domani lo saluteremo in tanti.

Questa incredibile avventura, partita dalla piccola città di Bra, da un tipico apprendistato politico negli anni Sessanta e Settanta (Radio Bra Onde Rosse…) ha avuto come ingrediente fondamentale l'empatia umana di Carlo. Il suo culto dell'amicizia, del convivio, dello stare insieme, ridere insieme. Ha coltivato la socialità, la conversazione, lo scambio umano per tutta la vita, avendo il privilegio straordinario, e meritato, di poterlo fare con un papa (Francesco), un re (Carlo d'Inghilterra) e con un numero enorme di contadini, di gente semplice, di amici, di corrispondenti di Slow Food da mezzo mondo.

Sapeva star bene con gli intellettuali e con le cuoche, con i pastori e con i politici, purché il modo fosse gentile, familiare, semplice, e la tavola fosse ospitale.

Fu protagonista, con l'inseparabile scudiero Azio, di scherzi memorabili, messe in scena, simulazioni e beffe delle quali si è riso per anni fino all'ultimo bicchiere. Cantava così così, ma cantava, e si esibì al Club Tenco, uno dei suoi luoghi del cuore, in un trio detto "i Madrigalisti d'Oltre Tanaro". Amava fare notte fonda, e non gli piaceva che qualcuno se ne andasse prima del tempo (in questo suo oltranzismo conviviale era quasi più pericoloso di Gianni Mura).

Una notte di parecchi anni fa lo vidi arrampicarsi lungo i colli del Roero per il rito primaverile delle uova, che annuncia prosperità a chi accoglie, e minaccia disgrazia a chi respinge. Fattoria dopo fattoria, fino all'alba. Con lui ragazzi americani, tedeschi, giapponesi, che avevano imparato a memoria il canto rituale, in stretto langarolo. Il mondo intero, ma in un posto solo, e con il bicchiere in mano. Pane, uova, salame. E fraternità. Il mondo come lo voleva Carlo, e come forse mai non sarà. Ma c'era, quel mondo, quando c'era Carlo.