mercoledì 14 gennaio 2026

Già al tempo...


Già allora, nella Russia di Dostoevskij, emergeva questa mostruosa tagliola sanitaria.
Il’juša sta morendo, ha bisogno di cure, ma la fine è vicina. Entra il “dottorone”, pagato da qualcun altro, nauseato dalla miseria della modestissima casa del ragazzo in agonia. Ed è impossibile non pensare che, pur dopo tanti anni, la situazione resti la stessa: chi è agiato può curarsi, gli altri no.

Quando al padre viene proposta Siracusa, per il suo clima favorevole alla tisi, egli allarga disperato le braccia e dice al medico:
«Ma voi avete visto come siamo ridotti?»
In quella frase c’è l’intera impotenza della maggioranza dell’umanità davanti a cure costose, tecnicamente esistenti ma socialmente irraggiungibili.

Questo pallino blu sperduto nel nero glaciale dell’universo continua a subire angherie e soprusi prodotti dalla disparità sociale, da una forbice che genera caste chiuse, inaccessibili.

È uno dei mali atavici che ci portiamo dietro da secoli, senza veri progressi morali. E c’è persino chi sogna una sanità privata, cioè un ulteriore peggioramento della cloaca degenerativa in cui siamo piombati per scelte scellerate, figlie di ambizione e perfidia.

Se fossimo progrediti nella sanità come siamo progrediti nella guerra, oggi vivremmo immensamente meglio.
E se pensare che tutta la sanità debba essere alla portata di tutti è considerato un discorso comunista, allora sì: lo confermo senza remore — sono comunista.

 

«Pre-pa-ra-te-vi a tutto», rispose il dottore incisivamente, scandendo ogni sillaba e, abbassando lo sguardo, fece per oltrepassare la soglia verso la carrozza. «Vostra eccellenza, per l’amor del cielo!», lo trattenne ancora una volta il capitano. «Vostra eccellenza!... Allora niente, proprio niente potrà salvarlo adesso?» «Non è da me che di-pen-de», rispose il dottore spazientito. «Tuttavia, hmmm...», e si fermò all’improvviso, «ma se voi poteste, per esempio... man-da-re il vostro paziente... immediatamente e senza indugio» (il dottore pronunciò le parole “immediatamente e senza indugio” non tanto con severità, quanto con ira, tanto che il capitano ebbe un sussulto) «a Si-ra-cu-sa, allora... in conseguenza delle nuove e migliori condizioni me-teo-ro-lo-gi-che... potrebbe forse ve-ri-fi-car-si...» «A Siracusa!», gridò il capitano come se ancora non capisse più nulla. «Siracusa si trova in Sicilia», tagliò corto ad alta voce Kolja per chiarire. Il dottore lo guardò. «In Sicilia! Batjuška, vostra eccellenza», il capitano era smarrito, «ma voi avete visto!» E allargò tutte e due le braccia per indicare le condizioni in cui viveva. «E la mammina e la famiglia?» «N-no, la famiglia non in Sicilia, la vostra famiglia sul Caucaso agli inizi della primavera... vostra figlia sul Cau-ca-so, quanto a vostra moglie... dopo un ciclo di acque termali, sempre nel Caucaso, per via dei suoi reumatismi... occorrerebbe mandarla subito dopo a Parigi dallo psi-chia-tra Le-pel-le-tier, vi potrei dare un bigliettino da consegnargli e allora... forse... potrebbe verificarsi...» «Dottore, dottore! Ma non vedete!», agitò un’altra volta le mani il capitano, indicando disperato le spoglie pareti di assi dell’andito.

«Questo poi non mi riguarda», sorrise il dottore, «ho riferito soltanto quello che poteva rispondere la scien-za alla vostra domanda sugli estremi rimedi, quanto al resto... purtroppo non mi...» 

Fëdor Michajlovič Dostoevskij. I fratelli Karamazov


Reportage con punto di vista

 

Questo blog protende a far sì che ognuno dei lettori si possa fare un'idea di questioni insormontabili come l'Iran. 

Certo non ospita sviolinate di nero vestite, appiccicaticci sermoni pro potere, penne peripatetiche al servizio di corsari della libertà. 
Elena Basile è andata in Iran e ci comunica la sua visione. Non commento nulla, lascio a voi di farvi un'idea, magari lontano da culture infarcite di hamburger cancerogeni... magari...


Il reportage di Elena Basile: Iran, viaggio nella repressione tra rivolte e infiltrazioni straniere 


Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il noi e il loro. Volevo sentirmi per un breve momento parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni. La contraddizione evidente in Iran è tra una società civile, sempre più laica e occidentalizzata, e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione del 1979, obblighi istituzionali e sociali.

La grande insofferenza della borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un immobile potere teocratico è ormai dirompente. Molti giovani con i quali ho avuto occasione di parlare e che partecipavano alle manifestazioni esibiscono un’ostilità non più contenibile. Non sembrano avere una visione politica. Hanno urgenza di insorgere contro il potere. Le rivolte sono state guidate dal malcontento dei poveri per un’inflazione insostenibile al 50% e dei giovani contro la pressione sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.

Credo che un cambio politico reale, possibile con riforme interne e modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere.

Un giovane mi ha chiesto: “Lei crede che io sia un terrorista? Così la Tv di Stato iraniana chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare”. Ho dovuto rispondergli che legalmente sì, se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della Cia, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Scià Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e da Netanyahu, possono essere considerati terroristi. A Londra, manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati in migliaia. Cosa accadrebbe se i pro-Pal venissero armati e addestrati dall’Iran e dalla Cina?

Un gruppo di giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan, un’ex casa della dinastia Qajar, uomini e donne, mi hanno colpito per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano che il Paese investisse in difesa e difendesse il nucleare, anche solo per l’utilizzo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo sotto attacco di nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese militari. Rimanevano interdetti. Mi hanno confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben vestiti, una borghesia che non vive la crisi economica dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi gli alberghi costosi iraniani. Sognano tuttavia gli standard occidentali, poter viaggiare all’estero, essere più ricchi e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna. Quando sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario, pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i palestinesi hanno i loro problemi, gli iraniani non possono farci nulla e devono risolvere i propri.

Il film Barbie ha vinto anche in Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una libertà mitizzata e abbastanza irreale, si nutre di Cnn, ed è disposta a svendere il Paese a Netanyahu e allo Scià, nell’ingenua speranza che anche in una colonia statunitense, il Paese conoscerà il progresso economico-sociale oggi calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dal- l’assedio occidentale.

In una casa a Yasd, tra iraniani benestanti, imprenditori, professoresse, guide turistiche, ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale che in fondo è molto simile a quello che un tempo sosteneva lo Scià. Un medico mi ha raccontato che il settore sanitario ha difficoltà a causa delle sanzioni in medicine e strumentazioni, ma che i dottori hanno un’ottima preparazione e un malato di cancro, anche se povero, può essere operato immediatamente in ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che questa era una grande conquista, rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato di come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino. Mi ha guardato con occhi vuoti e dopo poco, parlando di un cambio di regime offerto dall’intervento israelo-americano è sbottato con un “I love Netanyahu”.

Non è un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro, detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica, è pronta a svendere il Paese ad attacchi stranieri, addirittura si prostra ai tradizionali nemici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi, si tratta tuttavia di minoranze nel Paese. Lo Scià è delegittimato. Il suo appello a nuove manifestazioni sabato 10 dicembre è stato poco ascoltato.

Ero a Shiraz, la sera e in macchina ho potuto perlustrare le aree nelle quali si dovevano riunire i manifestanti. Non c’era nessuno, pochi i poliziotti per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì , l’inizio del weekend , il venerdì già hanno un impatto inferiore, il sabato scemano.

Il confine occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino nel Paese e che le insurrezioni divengano più cruente è probabile. La reazione governativa sta cambiando, la comprensione per la giusta protesta dei lavoratori contro la crisi economica che morde e la promessa di riforme, nelle dichiarazioni di Khamenei, del presidente Pezeskian, di politici ancora influenti come Zarif, o il riformista Kathami, si alterna a una intransigenza crescente contro le violenze terroriste guidate da agenti stranieri. Prevedo una maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state.

Ripeto, ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran, senza blocchi, strade chiuse, senza polizia, e con una vita che continuava in locali e ristoranti come in Occidente. Man mano tuttavia il clima sta cambiando. E potrebbe essere diversamente per un Paese attaccato militarmente dai nemici esteri? La signora Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in Ucraina, rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza far menzione dell’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese in cui pullulano Mossad e Cia per ammissione di Netanyahu e Pompeo, nel tentativo illegale di un cambio di governo.

Lunedì 12 è il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico anacronistico e da un governo politico immobile. Piango la borghesia che paradossalmente si appella agli Stati nemici che hanno voluto schiacciare politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano benessere economico e standard di vita occidentali e sono prive di visione politica. Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello. Strutture nuove di zecca, che possono concorrere e superare quelle europee. Il turismo potrebbe essere una risorsa per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran.

Robecchi

 

E il Sudan? La destra sogna le piazze “on demand” (ma quelle degli altri)


Tra i pochi temi entusiasmanti dell’attuale dibattito (?) politico ce n’è uno abbastanza interessante dal punto di vista, diciamo così, della teoria della comunicazione. È una questione di metodo, ma anche una tecnica dialettica, ma anche una perenne provocazione: dire ai manifestanti per cosa dovrebbero manifestare. Di solito – anzi, sempre – è la destra che incita la sinistra a fare cose che alla destra piacerebbero, ma che la destra non fa. Non è solo un consiglio: è un’accusa precisa che cambia di volta in volta. Ecco! Non manifestate contro Maduro! Ecco, non scendete in piazza contro l’Iran! E il Sudan? Perché non dite niente sul Sudan?

Faccio notare che simili argomenti non li solleva la signora Pina al mercato rionale (non le verrebbe nemmeno in mente), ma fior di commentatori e direttori, e corsivisti e opinion maker e politici da talk show. I quali si guardano bene dall’organizzare una manifestazione per l’Iran, o per il Sudan, o contro Maduro – e quando l’hanno fatto sono andati in otto – ma passano gran parte del loro tempo a rimproverare chi non lo fa.

È un classico che si sta affermando fino a sfiorare il genere letterario. Esempio: si rimprovera alla Cgil di schierarsi per il No al referendum sulla magistratura con l’arguto argomento che in questo modo trascurerebbe il vero tema di cui occuparsi, cioè i salari. L’accusa viene da destra, ovviamente, da gente che di salari non si è mai occupata, che chiede alla Cgil esattamente quello che vorrebbe lei: che stia zitta sul referendum.

Per chiarire il concetto useremo il martoriato Sudan, mattatoio africano per civili inermi stretti tra due forze armate che si contendono le enormi ricchezze della regione. “Perché non organizzate una flotillaper il Sudan?”, dicevano i commentatori negazionisti del genocidio palestinese, ostili alla flotilla che veleggiava verso Gaza. Tradotto: perché non lasciate che Israele compia il suo genocidio e non vi concentrate su altri massacri? Nomi importanti, commentatori da prima serata (e seconda, e terza, e mattina e pomeriggio), gente che con qualche telefonata e raccolta fondi, contatti e volontà, potrebbe senza dubbio organizzare una missione umanitaria e pacifista in Sudan. E a nessuno degli interlocutori che sia mai venuto in mente di dire: “Ma scusi, perché non lo fa lei?”. Inutile dire che del Sudan non gliene fregava niente, serviva solo ad accusare chi si opponeva alla mattanza israeliana, e ora che il genocidio di Gaza è passato a una fase di bassa intensità, quei commentatori di Sudan non parlano più, non serve, uh, il Sudan, che seccatura!

Lo stato attuale del dibattito, naturalmente riguarda l’Iran, e il meccanismo è esattamente lo stesso: perché la sinistra non scende in piazza massicciamente contro gli Ayatollah? E le femministe che dicono, eh? Un’apoteosi di ditini alzati e severi ammonimenti. Molte energie, dispiegate, insomma, non a organizzare una manifestazione, no, ma a rimproverare chi non lo fa. Con tanto di esilarante campagna acquisti, che consiste, altro classico, nel prendere uno inspiegabilmente considerato di sinistra che rimprovera la sinistra di non fare quello che si guarda bene dal fare lui, e quando lo fa – come l’altro giorno i sedicenti riformisti del Pd più qualche galleggiante della politica – c’è meno gente che in una piccola pizzeria. È l’invidia della piazza, insomma, un’invidia fatta di irritazione: ma guarda quelle decine di migliaia di persone che manifestano per quello che vogliono loro e non per quello che voglio io! Maledetti!

Prima d'altri

 

A volte m’affloscio.
Saltuariamente languo per l’aere, per il tempo perduto, che sconquassa ritrosie e certezze.
Ansimo alla ricerca dell’abitudine, della catena di montaggio rituale, immarcescibile.

Guardo foto mentali: la nostra galassia e il punto in cui presumibilmente siamo collocati — periferia, semplice e banale periferia, quel puntino insignificante che ruota attorno alla maestosità.
Passano le fobie, le paure, i drammi, gli insuccessi; la nullità del poco fatto e del tanto perso.

Resto fermo sulla pochezza.
Guaisco per ciò che era, per il dissolvimento dei proponimenti, per la granitica oleosità di tutto ciò che lascio scorrere, per il malvagio timore di affrontare i cosiddetti problemi.
Tanti dormono, pochi degustano il nuovo giorno ancora latente.

Vedersi dentro e scappare, spostando macigni sempre uguali, intonsi, melliflui.

La pochezza di ciò che è stato mi sprona a raccattare chincaglie che altri scartano inorriditi.
Mi basta ancora poco per solleticarmi, per agevolare il proseguo.

La vita, i sogni, e quel puntino nella periferia del glaciale nero universale.
Gattopardo nella notte.
Mai fiera.
Mai sciacallo.
Puntino pronto a salpare.
Forse verso il nulla.

L'Amaca

 

Che faccia hanno i corleonesi 

di Michele Serra 

Di tutte le commemorazioni di Oliviero Toscani, a un anno dalla morte, la più "toscaniana" è il tributo che gli hanno reso, ieri, i corleonesi. Nome che i mafiosi hanno usurpato: si parla qui dei corleonesi quelli veri, i cittadini di Corleone. Nel '96 Toscani volle coinvolgerli in una delle sue sortite non ortodosse, e andò là per realizzare un catalogo di moda. Idea tipicamente sua, al tempo stesso semplice — quasi banale — e rivoluzionaria: sarà anche semplice, ma nessuno ci aveva pensato e nessuno lo mai ha fatto. Lui sì.

Anche un bambino può capire il senso di quel suo lavoro (come di ogni lavoro di Oliviero): vi mostro che faccia ha una comunità di persone che non c'entrano con lo stereotipo che gli è piovuto addosso, con la fama mediatica di un nome di luogo imbrattato di sangue per colpa di pochi. Vi mostro la realtà, che è al tempo stesso molto più normale e molto più straordinaria di quanto sembri. E uso la pubblicità — come ho sempre fatto — perché anche la pubblicità può essere un linguaggio civile: basta volerlo.

Toscani non era un intellettuale, era un artista istintivo, febbrile. Il suo obiettivo non coglieva i chiaroscuri, quasi ogni sua immagine è una scelta nitida, inequivoca, didascalica. Paolo Landi, che ha lavorato con lui per quasi tutto il suo percorso, ha scritto su di lui un libro che lo definisce, fin dal titolo, "comunicatore, provocatore, educatore". La natura impulsiva e un poco spaccona di Toscani, che quando parlava era tumultuoso e incauto, rischia di far trascurare questa sua terza attitudine — educatore — che invece è stata importante. Non solo per il suo lungo lavoro a Fabrica. Per la sua voglia di coinvolgere le persone, di disturbarle, di schiodarle dalla pigrizia e dai luoghi comuni, di trascinarle nel suo viaggio emotivo. Educare: tirare fuori, portare fuori.

Altro giro altra corsa!

 

Portategli una cartina 


Nella guerra senza quartiere fra Partito della guerra e Partito Maga riesplosa alla Casa Bianca dopo il blitz venezuelano voluto dall’anima nera neocon Rubio, si spera che qualcuno mostri a Trump una cartina dell’Iran e un bignamino di storia. Così magari, ove mai gli fosse rimasto un granello di sale in zucca, capirebbe quali effetti potrebbe causare il suo “aiuto agli iraniani”: cioè un intervento militare su vasta scala (non un blitz mordi e fuggi, come quelli recenti nello stesso Iran, in Nigeria e a Caracas) per un cambio di regime in quello che da tre millenni è l’Impero Persiano, anche se da 90 anni si chiama Iran. La cartina potrebbe fargli notare che quel Paese misura 1,6 milioni di kmq, ha 92 milioni di abitanti, galleggia sulle seconde riserve mondiali di gas e sulle quarte di petrolio ed è immerso fra altre tirannidi altrettanto o ancor più feroci che non hanno interesse al contagio delle piazze. La storia potrebbe ricordargli che gli Usa hanno perso tutte le guerre dal 1946 a oggi perché non sapevano nulla dei Paesi che invadevano; che i regime change o falliscono rafforzando i regimi che dovevano rovesciare o ne issano al potere di uguali o di peggiori; che raramente i popoli in rivolta sognano di diventare succursali degli Usa (o “democrazie”, come spiritosamente le chiamiamo noi). Specie se, come gli iraniani, sono animati da una cultura millenaria e da un nazionalismo che ha retto a prove spaventose: la satrapia dello Scià (di cui qualche demente vorrebbe reinsediare il figlio), il golpe Usa-Uk contro il presidente laico democraticamente eletto Mossadeq (che aveva osato nazionalizzare l’Anglo-Persian Oil Company), la rivoluzione khomeinista, la guerra degli otto anni con oltre un milione di morti contro l’Iraq di Saddam appoggiato da tutto il resto del mondo, quasi mezzo secolo di sanzioni occidentali, le infinite aggressioni di Israele e Usa, la guerra all’Isis, l’assassinio trumpiano del generale Suleimani, i recenti rovesci rimediati in Libano e in Siria.

Si può anche uccidere, o rapire, o mettere in fuga l’ayatollah Khamenei (87 anni), ma un regime che dura da 46 anni non finisce con lui: non è un monolite, ma un meccanismo complesso, stratificato, fra potere teocratico, pasdaràn, oligarchi, polizia morale, polizia ordinaria, milizie basiji, esercito ecc. È il primo fornitore di petrolio alla Cina, sta nei Brics, è alleato di Russia, Iraq, Yemen e ha accordi di convenienza con l’altra potenza anti-israeliana dell’area: la Turchia. Non è il Venezuela, dove basta rapire Maduro e comprarsi la sua vice. E non è nel “cortile di casa” latinoamericano: è nel vaso di Pandora del Medio Oriente. Riusciranno i nostri eroi a scatenare un’altra guerra al buio senza sapere dove e a fare pure peggio degli ayatollah?

I dimenticati

 

Tra i dannati del Kordofan, droni incendiari sui civili



All’ospedale di Gidel, nel Sud Kordofan, la guerra entra ogni giorno in sala operatoria. I chirurghi lavorano senza sosta, almeno venti interventi al giorno, spesso senza acqua corrente. “Non esce più dal rubinetto, deve essere finita”, dice il dottor Tom Catena, direttore sanitario del Mother Mercy Hospital. “Non è insolito che arrivino veicoli militari con 50, 70, 80 feriti alla volta. È semplicemente caotico”.

Catena, italoamericano, vive sulle montagne Nuba da quasi vent’anni. Ha scelto di restare quando intorno infuriava la guerra, con l’obiettivo di creare un presidio sanitario che rendesse la popolazione locale indipendente. “Se fondi un ospedale, devi renderlo così efficiente che persino gli arabi verranno a farsi curare da te”, ripete spesso al suo personale. Il Mother Mercy Hospital è nato nel 2008, in tempo di pace. Poi la guerra è tornata: prima tra il 2011 e il 2017, ora di nuovo.

Il conflitto sudanese, combattuto da quasi tre anni nell’indifferenza internazionale, ha aperto un nuovo fronte sui monti Nuba. Qui i ribelli si sono alleati con le Forze di Supporto Rapido (Rsf), accusate di crimini contro l’umanità in Darfur. Li unisce un nemico comune: il governo di Khartoum, che bombarda la regione da decenni e oggi utilizza droni incendiari anche contro obiettivi civili. “Le persone colpite riportano ustioni gravissime”, spiega Catena mentre opera. “Potrebbero essere bombe incendiarie. Sono davvero terribili”.

Per raggiungere il Kordofan si attraversano decine di posti di blocco. Da Kauda, base dell’Splm, si sale verso Gidel. Poco distante c’è Kadugli, capitale del Sud Kordofan, ancora sotto controllo dell’esercito sudanese dopo due anni di assedio. “Quella torre nera è la torre di controllo dell’aeroporto”, indica il generale di brigata Angalo. “L’ingresso della città è lì”. Alla domanda se sarà difficile conquistarla, risponde secco: “A meno che non facciamo un pesante bombardamento prima”. Proprio quel che terrorizza la popolazione. In tre settimane oltre 7 mila persone sono fuggite da Kadugli verso le montagne. Tutti hanno in mente El Fasher, la città del Darfur conquistata dalle Rsf con massacri documentati dagli stessi miliziani. “Ci sono esplosioni continuamente”, racconta Nehmad, rifugiata. “Abbiamo paura che vengano per ucciderci. Non vogliamo fare la fine di El Fasher. Non c’è cibo, nulla. Perciò scappiamo”.

Il commissario di Dilling conferma: “Solo questa settimana sono arrivati in 7 mila. Li identifichiamo, diamo qualcosa da mangiare e li mandiamo nei campi. Ma il cibo sta finendo. Abbiamo urgente bisogno di aiuti”. Un prete scappato da Kadugli aggiunge: “Tutti hanno paura di ciò che sta per accadere. Temiamo che quel che è successo a El Fasher possa accadere anche qui”.

A pochi chilometri, un drone ha colpito il compound delle Nazioni Unite, uccidendo sei peacekeeper del Bangladesh. “Abbiamo visto una palla di fuoco alzarsi nel cielo, poi fumo nero”, racconta un soldato Nuba. Il generale Yacoub, comandante dell’Spla, prende le distanze dall’attacco e lancia un messaggio netto: “Non so chi abbia lanciato il drone. Ma una cosa è certa: qualunque sia l’obiettivo militare, i civili devono essere lasciati in pace. Non si colpiscono ospedali, scuole, campi profughi. La guerra non può essere combattuta sulla pelle della popolazione”.

Più a sud, nel villaggio di Komo, un doppio attacco ha colpito una clinica uccidendo 45 allievi infermieri. “Gli studenti si riunivano sempre qui”, racconta il direttore. “Ho visto i miei ragazzi morti a terra, poi un secondo drone ci ha colpiti mentre soccorrevamo i feriti”. Mohamed, infermiere, descrive i corpi “bruciati, alcuni tagliati a metà”. I resti del drone sono ancora sparsi, ma nessuno osa toccarli: “Ho paura d’esser avvelenato”.

Secondo Human Rights Watch, sia l’esercito sudanese sia le Rsf possiedono munizioni termobariche prodotte in Serbia. Armi che generano una palla di fuoco fino a 3 mila gradi e aspirano l’ossigeno, polverizzando i corpi. Non sono vietate, ma il loro uso contro civili può costituire un crimine di guerra.

Amir, uno degli infermieri feriti a Komo, è ricoverato a Gidel. “Il fuoco mi ha avvolto. Ho perso i miei amici, sette o otto, tutti morti sul colpo”, racconta. “Se vogliono combattere, vadano in prima linea, non contro donne e bambini”.

A Julud, vicino a Dilling, un drone ha colpito una casa: otto morti, cinque bambini. Il padre piange tra le macerie: “Ho visto i miei figli a terra, sotto quel fuoco. Era impossibile spegnerlo”. La popolazione si rifugia nelle grotte appena sente il ronzio dei droni. Padre Kizito Sesana spiega: “Colpiscono e poi tornano a colpire quando arrivano i soccorsi”.

Per raggiungere Dilling dobbiamo attraversare una zona controllata dalle Rsf. Viaggiamo con una scorta e un lasciapassare firmato dal governatore Nuba di Kauda, ma la tensione resta altissima. Sono l’unico occidentale a bordo e questo attira sguardi sospetti. I paramilitari lungo la strada sono spesso giovanissimi, armati, imprevedibili. Ci fermano, ci osservano, parlano tra loro. Qualcuno si avvicina alle armi. La situazione peggiora quando incrociamo convogli di combattenti provenienti dal Darfur. Le immagini dei massacri di El Fasher, diffuse dagli stessi miliziani, pesano come una minaccia concreta. Basta un gesto sbagliato e tutto potrebbe degenerare. Per evitare problemi, i due paramilitari che ci scortano decidono di farmi spostare sul sedile posteriore, fuori dalla vista dei posti di blocco successivi. Solo così riusciamo a proseguire. “Alcuni non sono veri soldati, sono aggressivi e non rispettano le regole”, spiega Bashir, delle Rsf. “Indossano le nostre uniformi, ma saccheggiano la gente. Quando vi abbiamo visti, abbiamo capito che eravate in pericolo. Così vi abbiamo scortati”. Alla domanda sui massacri di El Fasher risponde: “Non ero lì. Ma quello che è successo non rappresenta il nostro mandato”.

Nei campi profughi dei monti Nuba sono accolti oltre due milioni di sfollati. Medine, arrivata dal nord, racconta: “I droni hanno bombardato il villaggio. Ho preso i bambini e sono scappata”. Quando un drone civile sorvola il campo per le riprese, nessuno fugge. “Questo non fa paura”, sorride. Poi lancia il suo messaggio: “Abbiamo bisogno di pace. Non vogliamo più la guerra”.


L'Amaca

 Quando manca un pezzo del radar 

di Michele Serra 

A Teheran i manifestanti sono milioni e i morti sono centinaia, in gran parte ragazze e ragazzi, e non sono scesi in piazza per Trump, per l'Occidente o quant'altro. Sono scesi in piazza per sé stessi, la loro libertà e il loro futuro, ben sapendo di rischiare la vita e la galera.

Non so dire nel resto d'Europa, ma nei volonterosi presidi di piazza italiani (pochi, e non all'altezza della gravità della situazione) non c'era, ahimè, la travolgente mobilitazione, soprattutto giovanile, che nei giorni peggiori dello sterminio a Gaza ci ha dato la speranza di un ritorno di massa all'impegno politico per una causa giusta e, chissà, per tutte le cause giuste.

Azzardo una spiegazione: molti degli attivisti e dei centri di mobilitazione politica che vedono nella causa palestinese un punto alto e decisivo del conflitto tra neoimperialismo "bianco" e popoli oppressi, per loro limiti ideologici non sono in grado di rilevare quelle forme di oppressione, di repressione e di violenza di Stato che non rientrino in quello schema. È come se gli mancasse un pezzo del radar. È per questa ragione che, almeno in Italia, non vedrete mai una bandiera palestinese a una manifestazione per la libertà delle donne iraniane.

Ho il sospetto aggiuntivo che nelle ragazze di Teheran disposte a morire pur di uscire di casa con i capelli sciolti, queste attiviste e questi attivisti non riconoscano loro sorelle in prima fila sul fronte della lotta al patriarcato; e vedano solo, o soprattutto, il pericolo di un "passaggio di campo" dell'Iran, che libero dall'orribile morsa teocratica che lo massacra potrebbe diventare un nemico in meno dell'odiato Occidente.

Posto che Occidente non significa più niente: varrebbe comunque, per tutte e per tutti, il principio che la libertà è meglio della tirannia, e il sangue sull'asfalto è sempre sangue. Ma non sembra incidere, questo principio, nelle animose coscienze che si indignano solo a spicchi, a seconda che l'indignazione rientri oppure no nel loro orizzonte mentale.

Ci voleva!

 

Marciare non marcire 


Con tutti i guai che abbiamo, ci tocca pure sopportare il ronzio dei noti mitomani che passano il tempo a chiederci perché non prendiamo le distanze da gente che non conosciamo manco di striscio e non scendiamo in piazza contro regimi distanti migliaia di km che non sanno neppure che esistiamo. La tentazione è rispondere: senti, mitomane, prendile tu le distanze perché io non sono vicino a nessun tiranno; e vacci tu in piazza contro chi ti pare, ma lasciami in pace perché ho da fare. Però sarebbe inutile, perché quelli continuerebbero a rompere ricordando i cortei contro Israele per lo sterminio a Gaza. Si potrebbe rispondere che Israele è una democrazia nostra alleata, quindi chi manifesta non vuole far cambiare idea al governo Netanyahu, ma al governo italiano perché condanni e sanzioni l’amico sterminatore: degli italiani che protestano Netanyahu se ne frega perché prende i voti in Israele; la Meloni no perché prende i voti in Italia. Ma sarebbe fatica sprecata, perché quelli continuerebbero a reclamare cortei contro Hamas per dire che il terrorismo è una cosa brutta e non sta bene uccidere i civili (come se questa fosse un’esclusiva di gruppi terroristici e autocrazie, senz’alcuna concorrenza delle “democrazie”).

Ora, dopo averci sbomballato i cotiledoni con Hamas, ce la menano col Venezuela e l’Iran: perché non prendete le distanze da Maduro e Khamenei? Non essendo noi vicini a nessuno dei due, le distanze dovrebbe prenderle eventualmente soreta. Ma anche questa risposta sarebbe inutile, perché proprio non capiscono. Anzi, credono che se Filippo Sensi organizza un sit-in pro rivolta iraniana con le decisive adesioni di +Europa, Iv e Partito Liberaldemocratico (qualunque cosa sia) e ci vanno 30 persone, è perché gli altri 60 milioni di italiani sono fan sfegatati degli ayatollah. Non li sfiora l’idea che nel mondo, su 195 governi, 69 sono autoritari e altri 36 semi-autoritari, e 24 ore al giorno non bastano per pensare a tutti: uno fa già fatica a ricordarseli uno per uno. Dispiace, certo. Siamo solidali, ci mancherebbe. Ma non possiamo farci nulla, se non augurare a quei popoli di riuscire un giorno a liberarsene. Ed è meglio così, perché quando noi “buoni” proviamo a rovesciare manu militari un regime (non tutti: quelli che non fanno affari con noi), violando il diritto internazionale che gli predichiamo, o lo rafforziamo o lo rimpiazziamo con uno peggiore. Del resto non s’è mai visto cadere un tiranno asiatico o africano o sudamericano perché in Italia c’era gente in piazza. Però chi vuole insistere è liberissimo di farlo: anziché chiedere agli altri perché non marciano, si faccia una marcetta tutta sua. Magari sul pianerottolo o sul balcone di casa: così lo riempie.

E dimmi AI...


E dimmi Intelligenza Artificiale, visto che ho 65 anni e non potrò leggere tutto da qui alla canizie mentale, dovessi darmi 10 titoli da gustare prima che la polvere mi abbracci, cosa mi consiglieresti? 

Questa la risposta: (Anna Karenina l'ho letto e sto finendo i fratelli Karamazov, come pure dalla parte di Swann)


  • Anna Karenina – Tolstoj

  • Odissea – Omero

  • I fratelli Karamazov – Dostoevskij

  • Inferno – Dante

  • Madame Bovary – Flaubert

  • Il rosso e il nero – Stendhal

  • La coscienza di Zeno – Svevo

  • Il processo – Kafka

  • Lo straniero – Camus

  • Dalla parte di Swann – Proust

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    Il mestiere di vivere della nuova fotografia e la sindrome dell’IA
    DI LORENZO SANSONETTI

    Il 2025 può essere considerato l’anno nero per la fotografia. La scomparsa di alcuni tra i più grandi autori del Novecento è uno spartiacque non solo simbolico. Il bianco e nero epico di Sebastião Salgado, la provocazione civile di Oliviero Toscani, il rigore umanista di Gianni Berengo Gardin, lo sguardo ironico di Martin Parr, la memoria viva di Mimmo Jodice hanno ridefinito la grammatica della fotografia del dopoguerra. Dagli storici reportage nelle fabbriche e nei manicomi alla critica sociale dell’overtourism, dall’Amazzonia alle campagne pubblicitarie di impegno civile. Si chiude quindi un capitolo di storia o finisce l’era della testimonianza, degli scatti iconici e del fotogiornalismo?

    Nel 2026 l’interrogativo non è più se una foto sia bella, efficace o disturbante, ma se ciò che vediamo riprodotto sia realmente accaduto. Quel gesto, che dal 1839 ha cambiato il modo di osservare e raccontare il mondo, oggi è di fronte a una crisi di credibilità senza precedenti. Nel 2025 – secondo il rapporto AI Index – oltre il 70% delle aziende ha integrato l’Intelligenza Artificiale generativa nei propri flussi di produzione visiva, le immagini generate da IA nell’anno appena trascorso sono state oltre 25 miliardi, quasi 3 milioni ogni ora. Per fronteggiare la diffusione incontrollata di immagini e notizie false le principali agenzie (Reuters, AP, AFP) hanno adottato standard crittografici, per cui ogni scatto contiene metadati indelebili. Ma la fotografia è ancora viva o rischia davvero di morire in questa guerra algoritmica? Già nel 2016 il teorico e artista catalano Joan Fontcuberta, nel suo libro La furia delle immagini (Einaudi), aveva introdotto la categoria di “Post-fotografia”, per indicare il passaggio alla smaterializzazione del digitale. Una bulimia visiva in cui l’immagine perde il valore di conservazione della memoria, diventando un’effimera geolocalizzazione emotiva. Un qui ed ora che dura anche solo le 24 ore delle stories di Instagram o TikTok.

    L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale generativa segna tuttavia un passaggio ulteriore di paradigma. Il termine “fotografia” – sempre per Fontcuberta – non è più sufficiente a descrivere il complesso di immagini in cui siamo immersi quotidianamente (Oltre lo specchio, Einaudi 2024). Ma la fotografia è, o è mai stata, uno specchio che riproduce la realtà? “La verità con l’analogico era un’ossessione, nel digitale è un’opzione” – sintetizza lo stesso teorico catalano – che nel 1996 con Il bacio di Giuda (Mimesis) aveva messo in discussione il binomio foto-verità. L’argomentazione arriva a coinvolgere due mostri sacri della fotografia del Novecento: Robert Capa, per “Il miliziano che muore” (1936) e Robert Doisneau per il “Bacio dell’Hotel de Ville” (1950). Su entrambi gli scatti – tra i più celebri della storia – si è sviluppato un lungo processo di analisi di veridicità, fatto anche di accuse e notizie false. Entrambi hanno dimostrato l’autenticità delle immagini. Capa in un’intervista in cui ha raccontato di aver scattato nascosto in una trincea senza guardare, mentre Doisneau, per rispondere a una falsa denuncia, ha ammesso di aver chiesto ai due fidanzati semplicemente di ripetere quel bacio che lo aveva così colpito. Ma per Fontcuberta non è questo il punto. Utilizza i due capolavori per sostenere un paradosso: anche se fossero foto del tutto costruite – come da un regista in un film – questo non toglierebbe nulla alla credibilità e al valore iconico delle due immagini, perché “la falsità è connaturata alla fotografia”.

    Il dibattito sulla funzione e il ruolo della fotografia ha radici antiche e ha coinvolto grandi dell’arte e della letteratura, da Calvino a Sciascia, da Baudelaire a Susan Sontag. Per Alessandra Mauro, storica della fotografia e direttrice editoriale di Contrasto, il rischio oggi è la perdita dello statuto di verità e di “originalità di visione e sguardo personale”. E in Aprire lo sguardo (Garzanti 2025), si concentra sul valore storico, antropologico e politico di quindici foto dei grandi maestri della fotografia italiana (da Patellani a Berengo Gardin, da Mulas a Jodice, da Battaglia a Scianna). Un viaggio utile a comprendere quanto la funzione della fotografia abbia modificato nel profondo la cultura e l’identità del paese.

    Su questa traccia insiste anche l’ultimo saggio di Silvia Camporesi, Una foto è una foto è una foto(Einaudi, 2025). L’artista sostiene che “la fotografia non sia morta, ma si sia dissolta nei suoi infiniti travestimenti”. Per Camporesi non dobbiamo temere l’IA ma “addestrarla”, non confondendo l’intrattenimento con l’informazione. Così può essere una risorsa per indagare l’ambivalenza della fotografia che “è da sempre uno strumento di rappresentazione della realtà, ma anche una forma di invenzione”. E quindi non è detto che “la fluidità digitale in cui siamo immersi non diventi un alleato, contribuendo alla nostra educazione visiva” sostiene Alessandra Mauro.

    La questione è non vivere l’IA come una sindrome, ma esercitare lo sguardo critico e curare la cultura visuale. Mantenere i piedi nel fango, dentro i conflitti e vicino alle contraddizioni umane può garantire una lunga vita a quelle immagini – per dirla con Robert Capa – “leggermente fuori fuoco”. A quell’imperfezione che nessun algoritmo può autonomamente riprodurre. Come dimostrano gli oltre trecento giornalisti e fotografi uccisi a Gaza in due anni e i lavori premiati di Mohammed Salem e Samar Abu Elouf, tra le macerie c’è sempre e ancora un bisogno vitale di immagini che rompano il muro del silenzio.

    Slurp Slurp!

     

    Quant’è brava la premier: le 8 domande lecca-lecca durante la conferenza di inizio anno

    Dopo molti mesi in cui ha evitato di confrontarsi con la stampa, il 9 gennaio la premier si è concessa per la tradizionale conferenza di inizio anno. Meloni ha risposto a 40 domande, anche se otto tra queste stonano: sembrano servite su un vassoio d’argento, come dei veri assist. Eccole, in ordine di parola.

    Economia 
    Roberto Sommella (Milano Finanza): “Buongiorno presidente (…) L’Italia vive un paradosso. La finanza privata è in ottima salute, la Borsa di Milano è tra le migliori al mondo negli ultimi tre anni, addirittura nel 2025 ha fatto delle performance migliori di Wall Street, cose mai viste. La finanza pubblica è in sicurezza, tant’è che le agenzie di rating più volte hanno promosso il voto dell’Italia (…), tant’è che lo spread scende. L’economia reale invece non è nelle stesse condizioni, a dispetto di un Pnrr da quasi 200 miliardi di euro. Dunque, cosa c’è che non va secondo lei, secondo la visione del governo, nella politica economica dell’esecutivo? C’è qualcosa che si può migliorare, qualcosa che può andare incontro poi alla fine all’economia che riguarda tutti noi, famiglie e imprese, e farla godere della stessa salute di finanza privata e finanza pubblica?”.

    Piano casa 
    Elisabetta Fiorito (Radio 24 – Il Sole 24 Ore): “Buongiorno presidente, (…). L’emergenza casa sta diventando un grande problema proprio per lo scollamento tra il Paese reale e quello che dicevano le agenzie di rating. Come intende il governo risolvere la crisi occupazionale che soprattutto colpisce i giovani? Penso agli studenti, penso alle coppie giovani. Che cosa intende fare per sviluppare un’edilizia sociale a prezzi calmierati, come intende magari aiutare anche gli imprenditori privati con degli sgravi e, sempre per quanto riguarda la casa, nella legge di Bilancio è stato stralciato il condono, se avete intenzione invece di ritornare anche su questo. Grazie”.

    Venezuela 
    Antonio Atte (Adnkronos): “Buongiorno e buon anno presidente (…). Dopo quanto accaduto in Venezuela diverse sigle della sinistra e del sindacato hanno organizzato delle manifestazioni per protestare contro l’intervento americano. Quello che volevo chiederle è qual è il suo giudizio, qual è la sua valutazione politica di queste iniziative? E che effetto le ha fatto vedere degli esuli venezuelani fuggiti dal regime di Maduro contestati proprio nelle piazze della Cgil? Grazie”.

    Hamas 
    Edoardo Romagnoli (Il Tempo): “Presidente buongiorno e buon anno. Il 27 dicembre la Dda di Genova ha arrestato 9 persone con l’accusa di aver finanziato Hamas tramite una rete di associazioni benefiche (…). Se le accuse dovessero essere confermate sarebbe non solo un danno per tutte quelle associazioni che operano in modo trasparente per sostenere la popolazione palestinese, ma sarebbe anche la conferma di come l’Italia sia uno dei punti di snodo per questo tipo di gruppi terroristici. Le chiedo che idea si è fatta di questa vicenda e pensa che parte della politica abbia sottostimato il fenomeno?”.

    Europa 
    Giulia Di Stefano (Tg2 Rai): “Buongiorno presidente e buon anno. Lei ha rivendicato spesso la ritrovata centralità in Europa dell’Italia. Su quali dossier pensa che ad oggi abbiamo più peso e dove invece la linea italiana ancora ritiene che sia poco ascoltata?”.

    Anm 
    Antonella Ambrosioni (Secolo d’Italia): “Buongiorno presidente, buon anno e bentrovata. Io volevo riportarla sul terreno della riforma della giustizia e sulle polemiche della campagna referendaria intrapresa dall’Associazione Nazionale Magistrati (…). Questa campagna referendaria intrapresa dall’Anm è stata considerata (…) fuorviante e più improntata alla propaganda che all’informazione corretta dell’opinione pubblica. Io le chiedo se lei si aspettava un dibattito di questo genere, un’impostazione di questo tipo. In seconda battuta le chiedo se condivide la preoccupazione più volte espressa anche dal ministro Nordio, che un’eccessiva politicizzazione di questa campagna possa minare la credibilità dell’ordine indipendentemente dall’esito del referendum e anche nei rapporti futuri con il governo. La ringrazio”.

    Famiglia nel bosco
    Massimiliano Scafi (Il Giornale): “Buongiorno presidente, buon anno. Io la volevo portare invece nella Casa del Bosco in Abruzzo, un tema che riguarda diversi comparti: la magistratura, la famiglia, il ruolo della scuola, eccetera. Lei è intervenuta su questo un mese fa (…) dicendo che non è compito dello Stato sostituire i genitori nell’educazione dei figli, quindi invitando un po’ a ognuno a restare nel proprio confine. Però come si può fare quando ci sono dei genitori che educano dei figli in questa maniera, a volte un po’ troppo asociale, in maniera un po’ selvaggia? Non è giustificato in certi casi l’intervento dello Stato? La ringrazio”.

    Africa
    Francesca Pozzi (TgCom24 Mediaset): “Buongiorno presidente, io la riporto all’estero, la porto in Africa. Perché il governo da lei guidato sta puntando molto sul Piano Mattei quindi le chiedo a che punto sono i progetti che sono stati già decisi, che sono in corso d’opera, e se ne sono previsti degli altri”.

    Nella spelonca

     

    Mondo di canaglie (e dei loro servi)

    Sarà che il mondo è diventato un’arroventata canaglia, ma trovo sempre più inguardabili le facce di quelli che alle canaglie-in-capo, fanno corona, si inchinano già nello sguardo, tengono le mani giunte, respirano piano e quando occorre, si eccitano, applaudono, festeggiano, come i roditori davanti alla carota. L’immagine di Donald Trump seduto al centro della Casa Bianca, circondato a ferro di cavallo da una quarantina di petrolieri infilati nei rispettivi abiti grigi tagliati su misura, è uno scandalo che non fa scandalo. Una vergogna che non fa vergogna.

    Esultano i nostri telegiornali che golosamente sottolineano che “alla riunione era presente anche il nostro Claudio Descalzi”, che poi sarebbe il nostro autentico ministro degli Esteri (altroché il miracoloso Tajani) cioè l’amministratore dell’Eni, soldi dei nostri soldi, potere del nostro potere, ancorché figura residuale tra i colossi, ma comunque ammesso al banchetto, con tanto di tovagliolo al collo. Lo inquadrano, persino. Sono orgogliosi che ci siamo anche noi nella banda che cupamente festeggia quello che il Tg2 continua a chiamare “la cattura di Maduro”, non rapimento, non golpe, ora che c’è il bottino del petrolio da spartire e ci saranno “un mucchio di soldi” da fare. Una inquadratura che il cinema non avrebbe composto diversamente (né meglio) per raccontare come si svolgano le riunioni dei cartelli del narcotraffico, nei sotterranei di qualche villone in Colombia o in Messico o a Miami, quando uno dei capi-banda annuncia di avere sgomberato con le cattive un nuovo territorio da acquisire e nuovi carichi da spartirsi e soldi, soldi, soldi per tutti. Altro che le gang dei taglia-gola rasati e tatuati che intasano i bassifondi come fa la spazzatura. Qui siamo in cima alla piramide alimentare. Tra i super-ricchi che moltiplicano i loro conti, il loro potere. I padroni dell’universo: quell’1 per cento della popolazione mondiale che possiede la metà di tutto. E per intero l’anima del mondo.

    L'Amaca

     



    Meloni e lo stato delle cose
    di Michele Serra

    Mentre il mondo intero osserva con il fiato sospeso lo spettacolo, in effetti spaventevole, di Trump che sfascia a pugni il mappamondo (compresi gli Stati Uniti) per poi rimodellarlo a sua misura, il rischio è dimenticarsi di tutto il resto, che pure non è poco.

    In tempi normali, per esempio, in Italia sarebbe stata doverosamente in primo piano la discussione sui dati di Eurostat (ufficio statistico dell’Unione Europea) secondo i quali negli ultimi vent’anni Italia e Grecia sono i soli due Paesi membri nei quali il reddito pro capite è diminuito; mentre nel resto dell’Unione aumentava del 22 per cento.

    Parliamo degli ultimi vent’anni e dunque il governo Meloni non è che l’ultimo della fila, la triste coda del declino strutturale di un Paese vecchio, demoralizzato e con i giovani in fuga all’estero. Nessun governo è stato in grado di progettare, e tanto meno mettere in atto, una politica di rinascita economica e psicologica di questo Paese. Non che fosse facile; forse, anzi, era talmente difficile che non è nemmeno una colpa.


    Quello che dispiace, a conti fatti, è che mentre alcuni dei predecessori di Meloni (non tutti) fecero il loro dovere mettendo l’accento sulle difficoltà, e dunque dicendo la verità agli italiani, questo governo indugia in un trionfalismo non richiesto.

    Ogni discorso di un presidente del Consiglio cosciente della situazione, chiunque sia, dovrebbe cominciare con una presa d’atto: siamo in forte difficoltà, forse possiamo farcela rimboccandoci le maniche, ma garantire il successo non sarebbe serio. Questo governo non solo non lo dice, ma si gingilla con il suo patriottismo puerile, distonico rispetto allo stato delle cose. E questo, ben al di là delle beghe sulla sua natura politica così poco liberale, è il suo vero problema, oltre che il suo più grave torto.

    Analisi di conferenza

     

    Riformisti e riformati 


    Tra decine di frasi inaccettabili e omissioni indecenti, l’altroieri la Meloni ha detto due sole cose condivisibili: è ora che l’Europa parli con Putin (meglio tardi che mai, dopo quattro anni e centinaia di migliaia di morti e dopo aver deriso i 5Stelle che glielo chiedevano dal 2022: “Lo convincete voi col Reddito di cittadinanza?”); e l’Italia non invierà neppure un soldato a Kiev. Indovinate su cosa polemizzano quelli che i giornaloni chiamano “riformisti dem”, cioè la destra renziana e bellicista del Pd? Su quelle due cose. Dalla Quartapelle a Sensi, è tutto un invocare l’ingresso dell’Italia nei “volenterosi” e l’invio di truppe in Ucraina, ovviamente “di pace” (ci mancherebbe). È l’ennesimo ossimoro, dopo la “pace giusta” di chi vuole allungare la guerra in eterno, la “leva volontaria” di Merz, Macron e Crosetto, le “armi civili” per salvare la faccia a Salvini, i “volenterosi” per non chiamarli guerrafondai, il Rearm Eu da 800 miliardi ribattezzato Prontezza 2030 e Preservare la pace. Ora, lo sanno anche i bambini che Putin non ha invaso l’Ucraina per prendersela tutta con un regime change(cioè per fare come gli Usa prima a Kiev nel 2004 con la “rivoluzione arancione” e nel 2014 con “Euromaidan” contro il presidente due volte eletto Yanukovich, poi in Venezuela con Maduro e ora in Iran) e occupare l’intera Europa: ma per non ritrovarsi la Nato, con le sue truppe e testate nucleari, lungo un confine di 1600 km.

    Quindi annunciare ora, in pieno negoziato, lo schieramento di soldati di Francia e Regno Unito (paesi Nato e potenze nucleari) e insistere per aggiungervi quelli Usa significa annientare per sempre qualunque trattativa. Per giunta, con un’altra contraddizione logica: si dice che i soldati verranno inviati solo dopo la pace; ma il solo dirlo rende impossibile la pace. Infatti Mosca ha già avvisato che le truppe di paesi Nato saranno “obiettivi militari legittimi”. E non ci vorrebbe molto a spazzarle via, visto che Macron e Starmer (ove mai durassero qualche altro mese) parlano di circa 6mila uomini per ciascuno: 12mila soldati che dovrebbero spaventare l’esercito russo, con 1,5 milioni di effettivi e 6mila testate nucleari, per tacere del resto (forse quei soldati sarebbero più utili in Groenlandia e in Guyana francese, confinante col Venezuela, per difenderle dall’“alleato” Trump). Figurarsi se ci aggiungessimo 2-3 mila italiani: una barzelletta. Però non bisogna sottovalutare la vocazione suicida dei “riformisti” Pd (per mancanza di riforme): anziché incunearsi nella faglia aperta a destra da Salvini sulla politica estera, non vedono l’ora di presentarsi agli elettori come il partito più guerrafondaio d’Italia. Del resto, il problema di perdere voti se lo pone soltanto chi ne ha almeno uno.

    sabato 10 gennaio 2026

    Cammeo

    Questo video è un cammeo: Rubio che passa un’informazione riservata al Biondone che invece lo legge ad alta voce; osservate la faccia di Rubio, il suo velato stupore che vuol significare che, al netto del servilismo, se l’avesse letto un altro, il segretario di Stato avrebbe sbottato con il fatidico “oh coglione, ma che fai lo leggi ad alta voce?” Standing ovation! 

    Per la cronaca il messaggio letto è chiaro: Chevron vuol parlare con te per il Venezuela. 



    Post conferenza

     

    Meloni, sillogismo maramaldo per equiparare sinistra e Hamas

    Durante la conferenza stampa di fine anno che in Italia si tiene tradizionalmente a inizio anno, la nostra presidente del Consiglio ha sfoderato uno stratagemma di melonismo in purezza che vale la pena isolare: a una domanda sull’arresto a Genova del presidente dell’Associazione palestinesi in Italia Mohammad Hannoun e di altre persone, tutti accusati di aver sottratto fondi dagli aiuti ai palestinesi per finanziare la lotta armata a Gaza e in Cisgiordania, ha detto: “Se io fossi di sinistra, seguendo quello che la sinistra ha fatto negli ultimi due anni, dovrei accusare la sinistra di complicità con il 7 ottobre; io sono una persona seria e non lo faccio”.

    Il sillogismo è di brutale quanto maramalda semplicità: io sono di destra, e solo per ciò la sinistra mi accusa di essere complice dello sterminio di civili palestinesi da parte di Netanyahu; con lo stesso criterio, io – dopo gli arresti di Genova – potrei accusare tutta la sinistra di complicità con Hamas. Meloni non è stupida: per chiudere il falso sillogismo ha dovuto trovare un “ponte” tra gli arrestati e “la sinistra”: “Penso che parte della politica abbia ampiamente sottostimato il fenomeno Hannoun (non dice quale parte politica, ndr). Qualcuno aveva segnalato che questa persona, alla quale si stendevano tappeti rossi (non spiega chi li stendeva, ndr), aveva posizioni ambigue, per essere gentili, e quelli che facevano queste segnalazioni sono stati tacciati di essere degli islamofobi (l’allusione non viene chiarita, ndr). Considero inoltre grave che dopo queste accuse ci siano manifestazioni di protesta”. Quest’ultima affermazione è vera, ma lasca: circa 200 persone, tra cui il figlio di Hannoun, hanno manifestato davanti al carcere di Genova per denunciare come le accuse siano partite da Israele; alla protesta hanno partecipato sigle dell’area pro-Palestina, tra cui Genova Antifascista, Usb, Si Cobas, Osa, Cambiare Rotta, Udal e Potere al Popolo: ecco qua “la sinistra”. Tanto basta a Meloni per accusare l’opposizione (sottolineando peraltro di non volerlo fare per “serietà”: è l’espediente retorico detto “preterizione”, noto dai tempi di Sofocle), di favorire le associazioni a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Del resto, è capo di un governo che ha fatto arrestare pericolosissimi manifestanti 15enni “pro-Hamas”.

    La fallacia retorica su cui si basa la proporzione matematica “la sinistra sta a Hamas come la destra sta a Israele” concorre alla narrazione vittimistica di una sinistra ipocrita e connivente col terrorismo. Meloni ragiona da capopartito e non da capo del governo, che agisce (o meglio: subisce) in un contesto di relazioni internazionali. Lei, insieme a tutta FdI, al ministro degli Esteri Tajani e al ministro delle Armi Crosetto, viene accusata di complicità con Israele non per aver “sottovalutato” Netanyahu, ma perché l’Italia ha sostenuto la politica genocidaria di Israele con l’invio e la vendita di armi e munizioni dall’8 ottobre 2023; perché l’Italia si è opposta alle sanzioni contro Israele in sede europea e internazionale; perché Netanyahu, su cui pende un ordine di arresto della Corte penale internazionale, può scorrazzare tranquillo nei nostri cieli grazie alla simpatia del governo; perché dal governo non è arrivata nessuna condanna dell’Idf che radeva al suolo Gaza, uccideva medici e giornalisti e sparava in testa ai bambini.

    Davvero Meloni da una parte e Schlein, Fratoianni, Bonelli dall’altra (chissà se anche Conte: per Meloni “la sinistra” è una categoria elastica che serve a contenere tutti i critici del governo) sono sullo stesso piano e hanno lo stesso potere? Davvero la sinistra ha offerto protezione a cellule di Hamas in Italia? E se tra sinistra e Hamas c’è almeno un grado di separazione (le persone arrestate a Genova), qual è il grado di separazione tra Meloni-Tajani-Crosetto e le mani insanguinate di Netanyahu?

    Facce toste

    La vera sicurezza

     

    Ha un bel dire la Meloni che senza i magistrati saremmo un Paese più sicuro. In realtà lo saremmo senza il suo governo. In particolare senza il suo cosiddetto Guardasigilli. Che, mentre lei sproloquia in conferenza stampa su “decine e decine di casi” di criminali in libertà grazie ai giudici buonisti, deposita in Parlamento la relazione sullo stato della Giustizia. E si vanta di aver dimezzato le custodie cautelari in carcere e ai domiciliari: cioè le misure urgenti assunte dai giudici per non lasciare in libertà criminali che possono delinquere ancora, o fuggire, o inquinare le prove. Nel primo caso, Nordio s’è inventato l’“arresto con preavviso”: esclusi i reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale e stalking; dunque inclusi quelli dei colletti bianchi, lo spaccio di droga, le rapine, i furti, i sequestri di persona, le violenze ecc. Funziona così: il pm che vuole l’arresto dell’indagato deve avvisare l’arrestando con almeno cinque giorni d’anticipo di presentarsi col suo avvocato al gip per essere interrogato, e intanto mettergli a disposizione le carte con tutti gli indizi raccolti: così il galantuomo ne approfitta per darsela a gambe o per minacciare i testimoni che lo accusano. Risultato appena certificato da Nordio: le misure cautelari si sono dimezzate. Nei primi 10 mesi del 2025 sono state 51.703 contro le 94.168 dell’intero 2025: un crollo del 43% che, quando arriveranno i dati dell’ultimo bimestre, salirà a -50%. E il merito è tutto di Nordio, che ovviamente si guarderà bene dal raccontarci quanti criminali, grazie alle sue “manette telefonate”, sono scappati, o hanno intimidito i loro accusatori, o commesso altri delitti e quante nuove vittime ha causato la sua schiforma.

    Ma ora, se tutto va bene, gli arresti caleranno ancora, perché ce n’è un’altra in arrivo: quella già approvata nel 2024, ma in vigore solo da quest’anno, che affida la custodia cautelare non più a un solo gip, ma a tre. Siccome diversi tribunali non hanno tre gip o, se li hanno, non sono tutti disponibili (anche perché uno va tenuto libero per fare il gup in udienza preliminare), molte richieste dei pm resteranno nei cassetti, con tanti saluti all’urgenza: intanto gli arrestandi continueranno a delinquere. Chissà se la Meloni ha letto la relazione di Nordio e gli ha fatto i complimenti per il suo decisivo contributo alla sicurezza. Quanto agli irregolari espulsi che sono ancora qui, i giudici non c’entrano nulla. Ogni anno sbarcano in Italia dai 70 ai 150 mila migranti e il Viminale si vanta di averne rimpatriati nel 2024 la miseria di 5.414. Molti hanno in mano il foglio di via, ma non vanno via: non per colpa dei giudici, ma del Viminale che non li manda via. L’unica sicurezza del governo è che non fa nulla per la sicurezza.

    L'Amaca

    La parola tiranno 

    di Michele Serra  

    C’è già la dichiarazione (ennesima) di totale rifiuto di ogni precedente regola di convivenza: «L’unico limite al mio potere è la mia moralità». Ovvero: sono ingiudicabile, se non da me stesso. Ci sono già i pretoriani, o le camicie brune come già qualcuno le chiama in America: i corpi speciali dell’Ice, cacciatori e deportatori di migranti, assassini a freddo (e con il volto mascherato) di una donna inerme, fedeli all’uomo della Casa Bianca e a nient’altro, certo non alla Costituzione federale, non alle leggi dei singoli Stati che li vedono arrivare come occupanti disposti a qualunque sopruso.

    C’è poi la miseranda corte dei suoi cooptati al potere, quasi tutti mediocri e sconosciuti, miracolati dall’avvento di Trump e dunque non richiesti di autonomia di giudizio, di coscienza, di azione: non suoi collaboratori o consiglieri, ma suoi cortigiani.

    Eppure, in questo quadro così nitido, così autodefinito (nel senso che è il suo stesso autore, Trump, a definirlo per quello che è: niente e nessuno al di sopra di me), sbalordisce la diffusa esitazione nel prendere atto che il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti è un tiranno.

    Il potere che teorizza (e pratica) è un potere assoluto, slegato dal rispetto di chiunque non sia suo vassallo; un potere padronale («meglio comperare la Groenlandia piuttosto che affittarla, la proprietà ha grandi vantaggi psicologici») e un potere bugiardo, che solo nella menzogna può mettere radici, perché la verità lo avrebbe già ucciso in culla.

    Fiduciosi fino all’incoscienza, parecchi osservatori ci rassicurano: la democrazia americana ha i suoi anticorpi, e reagirà. Nell’attesa che questo avvenga (e sarà un giorno meraviglioso), è la descrizione del già avvenuto che lascia molto a desiderare. C’è un tiranno alla Casa Bianca. È strano? Sì è strano. Ma è anche vero. Non sarebbe ora di prenderne atto?