Questo blog protende a far sì che ognuno dei lettori si possa fare un'idea di questioni insormontabili come l'Iran.
Certo non ospita sviolinate di nero vestite, appiccicaticci sermoni pro potere, penne peripatetiche al servizio di corsari della libertà.
Elena Basile è andata in Iran e ci comunica la sua visione. Non commento nulla, lascio a voi di farvi un'idea, magari lontano da culture infarcite di hamburger cancerogeni... magari...
Il reportage di Elena Basile: Iran, viaggio nella repressione tra rivolte e infiltrazioni straniere
Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il noi e il loro. Volevo sentirmi per un breve momento parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni. La contraddizione evidente in Iran è tra una società civile, sempre più laica e occidentalizzata, e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione del 1979, obblighi istituzionali e sociali.
La grande insofferenza della borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un immobile potere teocratico è ormai dirompente. Molti giovani con i quali ho avuto occasione di parlare e che partecipavano alle manifestazioni esibiscono un’ostilità non più contenibile. Non sembrano avere una visione politica. Hanno urgenza di insorgere contro il potere. Le rivolte sono state guidate dal malcontento dei poveri per un’inflazione insostenibile al 50% e dei giovani contro la pressione sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.
Credo che un cambio politico reale, possibile con riforme interne e modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere.
Un giovane mi ha chiesto: “Lei crede che io sia un terrorista? Così la Tv di Stato iraniana chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare”. Ho dovuto rispondergli che legalmente sì, se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della Cia, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Scià Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e da Netanyahu, possono essere considerati terroristi. A Londra, manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati in migliaia. Cosa accadrebbe se i pro-Pal venissero armati e addestrati dall’Iran e dalla Cina?
Un gruppo di giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan, un’ex casa della dinastia Qajar, uomini e donne, mi hanno colpito per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano che il Paese investisse in difesa e difendesse il nucleare, anche solo per l’utilizzo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo sotto attacco di nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese militari. Rimanevano interdetti. Mi hanno confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben vestiti, una borghesia che non vive la crisi economica dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi gli alberghi costosi iraniani. Sognano tuttavia gli standard occidentali, poter viaggiare all’estero, essere più ricchi e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna. Quando sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario, pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i palestinesi hanno i loro problemi, gli iraniani non possono farci nulla e devono risolvere i propri.
Il film Barbie ha vinto anche in Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una libertà mitizzata e abbastanza irreale, si nutre di Cnn, ed è disposta a svendere il Paese a Netanyahu e allo Scià, nell’ingenua speranza che anche in una colonia statunitense, il Paese conoscerà il progresso economico-sociale oggi calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dal- l’assedio occidentale.
In una casa a Yasd, tra iraniani benestanti, imprenditori, professoresse, guide turistiche, ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale che in fondo è molto simile a quello che un tempo sosteneva lo Scià. Un medico mi ha raccontato che il settore sanitario ha difficoltà a causa delle sanzioni in medicine e strumentazioni, ma che i dottori hanno un’ottima preparazione e un malato di cancro, anche se povero, può essere operato immediatamente in ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che questa era una grande conquista, rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato di come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino. Mi ha guardato con occhi vuoti e dopo poco, parlando di un cambio di regime offerto dall’intervento israelo-americano è sbottato con un “I love Netanyahu”.
Non è un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro, detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica, è pronta a svendere il Paese ad attacchi stranieri, addirittura si prostra ai tradizionali nemici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi, si tratta tuttavia di minoranze nel Paese. Lo Scià è delegittimato. Il suo appello a nuove manifestazioni sabato 10 dicembre è stato poco ascoltato.
Ero a Shiraz, la sera e in macchina ho potuto perlustrare le aree nelle quali si dovevano riunire i manifestanti. Non c’era nessuno, pochi i poliziotti per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì , l’inizio del weekend , il venerdì già hanno un impatto inferiore, il sabato scemano.
Il confine occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino nel Paese e che le insurrezioni divengano più cruente è probabile. La reazione governativa sta cambiando, la comprensione per la giusta protesta dei lavoratori contro la crisi economica che morde e la promessa di riforme, nelle dichiarazioni di Khamenei, del presidente Pezeskian, di politici ancora influenti come Zarif, o il riformista Kathami, si alterna a una intransigenza crescente contro le violenze terroriste guidate da agenti stranieri. Prevedo una maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state.
Ripeto, ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran, senza blocchi, strade chiuse, senza polizia, e con una vita che continuava in locali e ristoranti come in Occidente. Man mano tuttavia il clima sta cambiando. E potrebbe essere diversamente per un Paese attaccato militarmente dai nemici esteri? La signora Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in Ucraina, rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza far menzione dell’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese in cui pullulano Mossad e Cia per ammissione di Netanyahu e Pompeo, nel tentativo illegale di un cambio di governo.
Lunedì 12 è il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico anacronistico e da un governo politico immobile. Piango la borghesia che paradossalmente si appella agli Stati nemici che hanno voluto schiacciare politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano benessere economico e standard di vita occidentali e sono prive di visione politica. Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello. Strutture nuove di zecca, che possono concorrere e superare quelle europee. Il turismo potrebbe essere una risorsa per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran.